Tecniche antiche e moderne di stampa fotografica
Ciao a tutti!
In questo spazio vorrei raccogliere qualche contenuto riguardante la mia formazione fotografica focalizzando l’attenzione sulle antiche e moderne tecniche di stampa in bianco e nero ai fini della conservazione, catalogazione e valutazione delle immagini fotografiche. Potrò sembrarvi a volte un pò noiosa nell’affrontare gli argomenti ma ho la convinzione che si parli molto poco di fotografia antica e moderna dal punto di vista dei materiali e della conservazione e per questo ho deciso di buttarmi in quest’avventura affrontando così un pò di storia che sicuramente va recuperata e valorizzata. Con l’avvento del digitale tutto è diventato etereo, immateriale e si sta rischiando di accantonare tutto quello che di fisico c’è stato nell’ambito della stampa fotografica… Cercherò di illustrarvi nel modo più semplice possibile i vari procedimenti fotografici che nella storia si sono sviluppati per poi sperimentare insieme delle tecniche antiche di fotografia che anche oggi si possono riprodurre fisicamente. Parliamo quindi di tutto ciò che esiste dopo la ripresa fotografica dopo il quasi ormai dimenticato negativo per essere chiari…
mettiamo su carta le nostre creazioni e tocchiamole con mano!

Vista dalla finestra a Le Gras, la più antica delle foto sopravvissute di Nicéphore Niépce (1826 circa), a Saint-Loup-de-Varennes
Nell’ambito della conservazione e del restauro la fotografia è considerata come oggetto creato con il concorso di elementi tecnici (procedimento adottato) fisici (passe-partout, cornici, astucci, album) e chimici.
Schematicamente la fotografia è composta da: il SUPPORTO PRIMARIO, lo STRATO DELL’IMMAGINE; lo STRATO ISOLANTE di solfato di bario (bario) presente nei materiali più “recenti” a partire dal 1880 che rende l’immagine più brillante e ricca di dettagli; il SUPPORTO SECONDARIO o montaggio (astucci, cartoni o album).
Il supporto primario può essere i varia natura: METALLO (rame per i dagherrotipi, ferro per i ferrotipi); VETRO (negativi su lastre di vetro); CARTA (per negativi su carta e stampe positive); PLASTICA (per negativi su carta flessibile in nitrato di cellulosa, in acetato e in poliestere). I leganti (permettono la formazione dell’immagine) utilizzati nella storia della tecnica fotografica sono:
ALBUME (ricavato dall’uovo) dal 1855 al 1895;
COLLODIO (ricavato dalla reazione tra cotone e acido nitrico) dal 1851 al 1880;
GELATINA (ricavata dalla pelle di animali) dal 1871 ad oggi.
Sono composti organici che provengono dal mondo vegetale o animale instabili in determinate condizioni ambientali soggetti quindi a deterioramento che necessitano nel tempo, come vedremo in seguito, di corrette condizioni di conservazione per non alterarne maggiormente la loro natura.
Alcuni procedimenti fotografici hanno la necessità di avvalersi di composti metallici sensibili all’azione della luce per formare l’immagine fotografica denominati procedimenti metallici (argento, platino, ferro) e non metallici che usano pigmenti minerali, quali carbone e terre che una volta associati a sostanze organiche (gelatina e gomma), in presenza del bicromato alcalino, assumono la capacità di rendersi insolubili dopo l’esposizione alla luce.
Procedimenti fotografici in bianco e nero
IL DAGHERROTIPO
1839/1865 circa- la dagherrotipia nasce dalla collaborazione di Niépce (inventore della scrittura con la luce=fotografia) e Daguerre; sorge in contemporanea alla nascita della fotografia chimica. Il dagherrotipo era un’immagine fotografica realizzata su supporto di rame argentato che veniva lucidato perfettamente per essere sensibilizzato alla luce. La lastra veniva esposta ai vapori di iodio che combinandosi con l’argento steso sulla piastra, la predisponeva per l’esposizione in camera ottica. Dopo l’esposizione la lastra di rame veniva trattata con vapori di mercurio, il quale si combinava con lo ioduro d’argento formando l’immagine. Questa veniva stabilizzata immergendo la lastra di rame in una soluzione di cloruro di sodio (fissaggio) veniva poi lavata ed infine asciugata. Come potete capire era un procedimento molto complicato, costoso e quindi possiamo immaginare la rarità e l’unicità dell’immagine ottenuta. Si presentava quindi come immagine positiva e negativa secondo l’incidenza dei raggi luminosi sui sali d’argento che componevano l’immagine; per questa sua caratteristica affascinante era anche chiamato “specchio dotato di memoria”. I dagherrotipi si riconoscono anche dalla loro composizione esterna, sono di solito racchiusi all’interno di pass- partout di cartone o di ottone e l’insieme è alloggiato in una custodia chiudibile in cuoio. Per quanto riguarda il deterioramento esso subisce lo stesso meccanismo che porta l’argenteria a scurirsi, tale alterazione è visibile lungo i bordi della lastra. L’unicità di queste immagini vuole che ci siano poche presenze di dagherrotipi al mondo, è un’immagine preziosa che non deve essere rimossa dalla propria custodia se non in casi del tutto speciali e comunque sempre da un restauratore.
commissioned works
Progetto su commissione di Silvia Donato – Architetto (per info: silvia.donato@libero.it)
“Il passato non è affatto morto, anzi non è nemmeno passato.”
I vecchi mobili, come qualsiasi vecchio oggetto, hanno sempre una nuova storia da raccontare. Questa convinzione è stata la molla per il mio progetto, recuperare e rigenerare oggetti ormai pronti per la discarica! Sedie, tavoli, poltrone, armadi e tanti altri oggetti diventeranno una storia e torneranno ad essere oggetti d’uso e non rifiuti.
Prima di buttare qualunque cosa, perchè vecchia, rotta o brutta, chiediamoci se questa è veramente inutile o se vale la pena “salvarla”. Anche solo perchè, in questo momento di crisi con cui tutti dobbiamo fare i conti, potrebbe essere utile a qualcun altro. Con i tempi che corrono, l’unico vero SALDO di qualità è quello delle idee…le idee recuperano!!
Arbeit macht frei.
Scatti realizzati a pochi chilometri da Berlino presso la cittadina di Oranienburg nell’ex campo di concentramento di SACHSENHAUSEN.
Nato nel 1936 studiato per rappresentare il concetto del potere incondizionato del nazionalsocialismo, il campo si trasforma presto in luogo dell’orrore e morte per migliaia di prigionieri nonché un luogo di addestramento per numerosi ufficiali delle SS, che qui venivano formati alla gestione dei campi di prigionia. Sachsenhausen è considerato un modello per i campi di concentramento nazisti che verranno costruiti in seguito.
La storia del campo si estende più a lungo di quella del nazionalsocialismo: Sachsenhausen diverrà, dopo l’arrivo dell’armata rossa nel 1945, il “lager sovietico n 7”, rimanendo per altri cinque anni luogo di miseria e di morte soprattutto per gli oppositori politici. Le decine di migliaia di vittime del campo di concentramento di Sachsenhausen sono commemorate oggi in questo luogo da ricostruzioni, memoriali ed esposizioni.
Tra il 1936 e il 1945 a Sachsenhausen furono rinchiuse più di 200.000 persone di circa 40 nazionalità e le vittime risalgono a 30.000 circa. [ approfondisci ]
La sensazione personale dopo la visita in questo luogo di memoria è molto inquietante, sconcertante e agghiacciante. Una frase mi è rimasta impressa nel leggere le testimonianze dei sopravvissuti: “Nella vostra visita state ancora camminando sulle ceneri dei poveri innocenti morti, rubati nella loro identità e dignità di persone umane, usati come cavie umane per esperimenti medici”. Un po’ di loro è rimasto con me, sicuramente il loro ricordo che credo mai dimenticherò.
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Shots taken a few kilometers from the town of Oranienburg near Berlin in the former concentration camp of Sachsenhausen. Born in 1936 designed to capture the concept of unconditional power of National Socialism, the field soon turned to the place of horror and death for thousands of prisoners has been a place of training for many SS officers who were trained in the management of prison camps . Sachsenhausen is considered a model for the concentration camps to be built later. The history of the field extends longer than that of National Socialism. Sachsenhausen become after the arrival of the Red Army in 1945, “Soviet-lager n 7″ and was the place for another five years of misery and death, particularly for political opponents. The thousands of victims of the concentration camp of Sachsenhausen is commemorated today in this place with reconstructions, memorials and exhibitions. Between 1936 and 1945 in Sachsenhausen were detained more than 200,000 people of 40 nationalities and victims date back to around 30,000. [Read more]. The personal feeling after visiting this place of memory is very disturbing, shocking and chilling. One phrase stuck me reading the testimonies of the survivors: “In your visit were still walking on the ashes of dead innocent people, stolen their identity and dignity of human persons, used for medical experiments.”A bit ‘of them stayed with me, surely their memory that i will never forget.
Randagi incidenti abbandoni
Fotoreportage realizzato presso l’ospedale abbandonato di Beelitz Heilstatten che si trova nel Brandeburgo (Germania).
L’Heilstatten (sanatorio) della cittadina di Beelitz fu costruito nel 1898 ed è diventato con gli anni uno dei luoghi abbandonati più noti e carichi di fascino. Il complesso è formato da decine di edifici: una vera e propria “città-ospedale” autosufficiente. Durante le due Guerre Mondiali è stato impiegato per il ricovero dei militari feriti. A partire dal termine della Seconda Guerra Mondiale è divenuto il più grande ospedale militare sovietico, al di fuori dei confini russi.
Con la caduta del muro di Berlino (1989), l’intera “città-ospedale” di Beelitz è stata progressivamente abbandonata.
Un progetto dedicato alla “fotografia di abbandono”, ai luoghi della memoria, a quelle città fantasma apparentemente morte ma paradossalmente ancora vive.
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Photojournalism built at the abandoned hospital in Beelitz Heilstätten located in Brandenburg (Germany). The Heilstätten (sanatorium) in the town of Beelitz was built in 1898 and has become over the years one of the best known and most abandoned places full of charm. The complex consists of dozens of buildings: a real “city hospital” self-sufficient. During the two World Wars has been used to shelter the wounded soldiers. Since the end of World War II has become the largest Soviet military hospital outside the Russian borders. With the fall of the Berlin Wall (1989), the whole “hospital city” of Beelitz was gradually abandoned. A project dedicated to the “picture of neglect”, to the places of memory, to those ghost towns apparently dead, but paradoxically still alive.

